11/20 “dei delitti e delle pene”

.“Col nome di
tortura non intendo una pena data a un reo per sentenza, ma bensì la pretesa
ricerca della verità co’ tormenti… I fautori della tortura cercano di calmare
il ribrezzo che ogni cuore sensibile prova colla sola immaginazione del
tormento. Poco è il male dicon essi che ne soffre il torturato, si tratta d’un
dolore passeggero per cui non accade mai l’opera di medico o cerusico, sono
esagerati i dolori che si suppongono. Tale è il primo argomento col quale si
cerca di soffocare il naturale raccapriccio che alla umanità sveglia la idea
della tortura”

Questo è un breve passaggio tratto da, ne dei delitti e delle pene, di Cesare Beccaria individuando
l’indifferenza umana davanti alla tortura perpetrata ai danni del condannato.

Impressiona la vicinanza di pensiero che esisteva quando Beccaria,
a proposito della tortura,  scrisse il
saggio (1764) e quella odierna.

L’uomo nei secoli è riuscito in opere davvero straordinarie dando
prova di una intelligenza che diventa sempre più fine; oggi non esistono limiti
nella ricerca, è praticamente possibile creare, inventare, raggiungere ogni
obiettivo.

Eppure quando si parla di temi sociali molto vicini tra loro
quali: carcere e migranti si assiste ad un indegno gioco da parte dei poteri
forti, facendo a gara su chi è più severo nel condannare o respingere i
migranti.

Si è perso il senso della ragione perché quel che conta è
allontanare il “male” dalla società perbenista e si cerca di fare un vero e
proprio terrorismo psicologico sulle persone.

Per noi operatori del centro il Vangelo è il nostro riferimento,
Gesù Cristo diceva di amare i nostri fratelli e questo è il faro su ci orientiamo,
oltre che la Costituzione Italiana e le leggi. Non si possono giustificare i
reati in una società civile, è ovvio, ma ogni pena deve essere commisurata e
soprattutto lo Stato non può adottare comportamenti punitivi e vendicativi nei
confronti di chi per qualsiasi ragione ha rotto il patto sociale o verso uomini
che scappano da territori dove succedono cose indicibili.

Molti esprimono indignazione, paradossalmente, quando un Giudice,
conformandosi alla legge,  concede i
domiciliari a detenuti in fin di vita e che magari hanno trascorso metà della
loro vita in carcere, mentre gli stessi non si creano nessuno scrupolo quando
qualcuno muore sotto la propria custodia.

Si giustificano le torture psicologiche (perché non dimentichiamo
che il carcere così com’è oggi organizzato è utile solo a fare incattivire le
persone, non le rieduca affatto e non li aiuta nel reinserimento sociale) con
la pericolosità sociale;

Ma la
Giustizia non può essere vendicativa; un Giudice disse << La migliore  medicina contro il male è l’amore e le attenzioni>> qualcuno gli domandò: << e se non funzionano?>> rispose: <>.

La nostra società oggi non riesce più a distinguere la crudeltà
dalla giustizia e si alimenta una continua lotta su chi è più rigoroso.

Le famose leggi emergenziali, quali l’introduzione del regime del
41 bis, nascevano come extrema ratio per contrastare l’azione delle
associazioni; a distanza di trent’anni oramai sarebbe utile prendere atto che
il cosiddetto “carcere duro”, così com’è concepito, rappresenta un luogo di
tortura psicologica, ma i nostri politici hanno lo stesso atteggiamento di chi
affermava che << … Poco è il male,
dicono essi, che ne soffre il torturato, si tratta d’un dolore passeggero
…>>;

di certo non si tratta di violenze fisiche, o meglio non ci sono
solo quelle, ma ciò che “uccide l’anima” di un uomo è anche la violenza
psicologica pensata e perpetrata giorno dopo giorno esattamente come la goccia
cinese utilizzata come supplizio per i
condannati.

Vogliamo
concludere facendo nostre i pensieri di tre Magistrati a proposito del carcere.

Gherardo
Colombo
<<Ho cominciato a pensare che
il carcere non fosse più compatibile con il mio senso della giustizia, la mia
concezione della dignità umana, la mia interpretazione della
Costituzione… sentivo tutta l’ingiustizia della prigione
Sono convinto che il carcere, così com’è, è in
contrasto con la Costituzione. L’articolo 27 dice che ”le pene non possono
consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”… Basta mettere piede in
qualsiasi carcere, salvo rare e parziali eccezioni, per rendersi conto che le
condizioni in cui vivono i detenuti lo contraddicono scandalosamente
>>

Luciano Violante <<Non credo che oggi ci si possa
emancipare dal carcere in maniera assoluta. Però sono convinto che possiamo e
dobbiamo liberarci dal carcere in maniera relativa, rompendo il monopolio della
pena carceraria, limitando la galera al massimo e solo ai casi in cui non è
possibile fare altrimenti
Riformando
l’intera concezione della pena, che è rimasta ferma al Settecento, quando
nacquero le istituzioni totali… si è ancora fermi a un’idea antica, secondo la
quale chi rompe la fiducia della comunità merita di essere estromesso dalla
società, spinto in un luogo ai margini, com’è il carcere… Occorre al contrario
virare su una “concezione moderna: la pena dovrebbe servire a ricostruire
la relazione. Già nell’Antico testamento c’è un concetto che è stato sepolto
sotto millenni di pratica dell’emarginazione del colpevole. La parola tsedakah
viene tradotta con il termine giustizia, ma in realtà significa “ristabilire il
rapporto” …Riconciliare chi ha infranto le regole della comunità con la
comunità stessa>>

 

Giovanni Maria Flick <<Un modello “da superare, perché, in molti casi,
non rispetta la dignità del detenuto. Non garantisce quei principi che pure
sono scritti, nero su bianco, nell’articolo 27 della Costituzione”.

Flick sostiene che il
primo impegno è assicurare quelle che definisce “condizioni culturali: la
società deve essere in grado di assumersi un rischio. Di accettare che potrebbe
accadere che qualche detenuto che sconta la pena in casa torni a commettere
reati. Ma si può fare in modo che ciò, tendenzialmente, non accada. O che si
verifichi il meno possibile. Innanzitutto non abbandonando il condannato a sé
stesso. Poi, perché un modello del genere possa essere messo in pratica, è
necessario che la politica la smetta di utilizzare le carceri e il sistema
penale come strumento di persuasione e di paura… C’era
un tempo in cui la saggezza del nostro sistema consentiva di distinguere l’uomo
dal fatto che ha commesso
>>.

 

Che
gli uomini di buona volontà traggano le loro conclusioni…

10/20 L’Art. 3 Cost.

<<È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese>>                   Ho sempre pensato che la nostra Costituzione contenga tutto ciò che di bello e alto debba esserci in un paese democratico e civile. Rimango sorpreso per quanto siano stati illuminati i nostri padri costituenti perché, penso sia pensiero condivisibile, l’Italia è sempre stata una grande nazione e come tale ha il dovere di comportarsi; la nostra Costituzione è la prova che c’è perfetto equilibrio nella suddivisione dei poteri e tutti noi, cittadini italiani, siamo chiamati al rispetto dei doveri per potere pretendere i nostri diritti.      

 Ho voluto trascrive l’Art. 3 della nostra costituzione perché sarebbe cosa giusta se si potesse tradurre in fatti ciò che 72 anni fa era stato previsto. Purtroppo esiste da sempre una colossale differenza tra dire o scrivere una cosa e tradurre la stessa in realtà.

In questo periodo così grave per la nostra umanità, ci accorgiamo della fragilità del nostro paese; della fatica che fa per assicurare le giuste condizioni ai Medici, Infermieri, ai lavoratori in generale che in questi giorni sono impegnati con coscienza in quello in cui credono. Fatica ad aiutare i più bisognosi, penso a tutte quelle persone che non hanno un tetto dove stare e, mentre sentiamo da più parti le raccomandazioni di non uscire di casa, di proteggerci e proteggere così ognuno di noi, io penso a loro che nonostante tutto questo vivono per strada con la disperazione negli occhi per la consapevolezza di non potere fare diversamente. Penso ai bambini Africani e al fatto che il virus si sta diffondendo anche tra di loro e la cosa straziante è sapere che nessuno, probabilmente, li aiuterà considerato che ogni paese è impegnato a salvare i suoi figli e questi territori, già fortemente in difficoltà, rischiano un numero di decessi inimmaginabile. Penso ai detenuti e detenute; penso a questa gente che vive con la paura e con l’incertezza del loro futuro. In carcere puoi toccare con mano, già nella normalità, l’assenza di attenzione, la superficialità con cui si viene trattati.

Chi ha una minima conoscenza del carcere sa già che isolare i detenuti è impossibile da tutti i punti di vista e la causa principale è il sovraffollamento. Purtroppo il nostro bel paese moderno e democratico arranca e non poco davanti alla risoluzione di situazioni di emergenza. Eppure l’emergenza carcere viene “gridata” fin dalla notte dei tempi dai radicali, dalle associazioni di volontariato, ma anche e soprattutto dalla Chiesa Cattolica. Chi vive il carcere quotidianamente, come i volontari e i cappellani, conosce le difficoltà di ogni giorno. Vorrei aprire una breve parentesi per ringraziare i sacerdoti che rappresentano davvero un conforto per i detenuti e per chi vive tra gli emarginati. Sono loro che con pazienza e dedizione raccolgono gli sfoghi, in carcere ciò di cui si ha un disperato bisogno è quello di essere ascoltati e sentirsi trattati da esseri umani e non come un inutile oggetto. Parecchi hanno un’idea distorta da quanto la Chiesa faccia e ritengo giusto, in un momento come questo, rivolgere un pensiero di gratitudine verso chi ogni giorno fa proprio il dolore e il bisogno dell’altro.

Chi come me conosce la vita detentiva, posso assicurare che la presenza dei preti è come vedere il sole in mezzo alla tormenta. Ci si scandalizza quando si parla di concedere qualcosa a un detenuto e spesso diamo la nostra opinione senza capire bene le dinamiche e non conoscendo il nostro ordinamento.

Quello che sarebbe importante è la presa di posizione del nostro Governo facendo un ragionamento molto semplice e cioè quello di concedere, a detenuti che hanno un residuo di pena abbastanza basso, una misura alternativa al carcere, bisogna farlo adesso perché di tempo non ce ne!

In questo modo, oltre a risparmiare i soldi dei contribuenti, perché non dimentichiamo che ogni detenuto in carcere ha un costo per loro, si eviterebbe di assistere ad una tragedia senza precedenti nel nostro paese, la propagazione del virus in carcere significherebbe RI-condannare i detenuti, (questa volta a morte) i Medici, gli Infermieri e gli agenti della penitenziaria (due agenti sono morti a causa del virus). Da queste emergenze, l’Italia dovrebbe imparare a dotarsi di strumenti forti per fare fronte a situazioni di imprevedibilità com’è questa pandemia.

Un altro allarme sociale è rappresentato dalla mancanza di reddito familiare sufficiente affinché il detenuto possa far rientro presso il proprio nucleo. Una situazione di questo tipo, oltre che a mortificare la dignità di chi è coinvolto, dovrebbe mortificare l’animo di un Paese che rappresenta la quinta potenza economica Europea. Tutti noi stiamo sperimentando quanto sia difficile starcene a casa privati della nostra libertà per amore del bene più prezioso che è la vita. Eppure noi stiamo comodamente sul divano, con internet, con i cellulari, con il lavoro da casa, con il pane fatto in casa che, in questo momento triste, rappresenta un momento di condivisione familiare che spesso trascuriamo nella consuetudine di ogni giorno. Eppure ci lamentiamo perché ogni libertà è sempre poca. Allora in questi momenti pensiamo a chi vive tra gli ultimi, ai detenuti che darebbero qualsiasi cosa per starsene rannicchiati in un angolo della propria casa pur di viversi il calore familiare o sentire la voce dei propri cari; pensiamo a chi in questo momento è in ospedale; a chi muore senza la carezza di un proprio caro; ai senza tetto che hanno smarrito quasi del tutto la forza di ritrovare la dignità che ogni uomo non dovrebbe mai perdere; pensiamo agli immigrati che vivono in solitudine pure stando in mezzo agli altri; pensiamo semplicemente a chi in questi giorni è costretto a lavorare per assicurare ogni tipo di assistenza dai medici alle forze dell’ordine, ai camionisti che percorrono il nostro paese per le scorte alimentari.

Ecco allora l’Italia divisa in due: da una parte quella magnifica perché riesce, nonostante tutto, a mettere il proprio genio per la risoluzione dei problemi; dall’altra un’Italia che sembra la vanificazione della prima.

Don Vito Scilabra

Carmelo Vetro

9/20 La vita in una gabbia

Una delle esperienze, che mi porto dietro, è il progetto con le scuole che si teneva all’interno del carcere di Padova.

Le scolaresche impegnate nel progetto erano delle superiori o studenti universitari; ragazzi che difficilmente si lasciano imbrogliare da una risposta superficiale; loro ascoltano, riflettono sulla storia raccontata e poi non risparmiano nessuna domanda, vogliono sapere, hanno il diritto di sapere, di capire dove, quando e perché un uomo decide di rompere il patto sociale e vivere fuori dalla legge.

Una delle domande frequenti dei ragazzi era: come passate le giornate? Com’è la vostra cella? Personalmente sentivo rimbombarmi nella testa una frase di S. Agostino: <<cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiedo lo so, ma se provo a spiegarlo a chi me lo chiede non lo so più>>.

La vita detentiva è davvero difficile da spiegare, ogni cosa non ha nulla a che vedere con le cose reali di ogni giorno, devi avere un forte senso di adattamento e di pazienza.

Ancora oggi mi porto dietro delle cicatrici, ad esempio non sopporto il verbo aspettare. In carcere pure quando chiedi di andare a fare la doccia, pure quando la doccia è vuota devi aspettare; aspettare cosa? Non c’è una logica infatti, non ci sono risposte, il detenuto non merita nessuna gentilezza: devi aspettare.

Allora mi chiedo di quale RI-educazione si parla? Devi essere così forte e intelligente da capire da solo qual è la strada che ti porta a RI-consegnarti alla società civile come un uomo migliore, come uomo che ha capito cosa davvero conta nella vita e facendo tesoro dei propri errori, ma quando questo non accade? Quando ci si abbandona alla disperazione e alla rabbia? Lì il rischio è di trasformare irrimediabilmente il tuo essere, divenendo a poco a poco simile ad un animale o lasciandoti morire giorno dopo giorno.

Ho voluto pubblicare uno “scarabocchio” che vuole indicare la cella tipo di un nostro istituto penitenziario.

Vorrei rispondere a quei ragazzi che incontravo a Padova: “Ecco ragazzi questo è il luogo dove un detenuto viene rinchiuso per 20h al giorno in compagnia di un’altra persona (quando si è fortunati). Provate a immaginare, con il dramma del virus che oramai tutti conosciamo, come sia possibile mantenere, come prima cosa, la distanza di sicurezza tra un detenuto e un altro; come sia possibile assicurare una corretta igiene, se già nella normalità è drammatica”.

Nello spazio detentivo, la c.d. cella, si utilizza il locale bagno come luogo non solo dove espletare i propri bisogni fisiologici, ma anche dove cucinare, tenere le conserve, la frutta, la verdura, il pentolame, le scarpe; e se la cella ha ridottissimi spazi, il bagno è qualcosa di ridicolo e spesso senza alcuna finestra.

Si è costretti a stare in quelle condizioni anche con altri tre, quattro, cinque detenuti ed è lì che si impara a sopportare; è un luogo così pieno di tristezza e di privazione che ci si abitua a ogni genere di vita.

Allora immagino i tanti detenuti che vivono queste giornate senza potere telefonare ai familiari (notizia di oggi che il D.A.P per fortuna si sia attivato per mettere in comunicazione i familiari con i detenuti); immagino lo stato d’animo dentro le sezioni con le notizie che sentono alla TV e che inevitabilmente vengono ampliate, semmai ce ne fosse bisogno in verità, all’inverosimile.

Leggere poi, di alcuni giornalisti, che pensano che far tornare a casa i detenuti sia un peso per i familiari ha il sapore di un insulto e ritengo davvero ingiusto offendere sia le persone private della libertà, sia i familiari che tuttalpiù hanno la “colpa” di voler bene a un loro caro e allora schierarsi dalla parte dei “garantisti alle vongole” è necessario per non sminuire il lavoro quotidiano di tantissima gente volontaria, presenza di inestimabile valore  per far funzionare la macchina penitenziaria.

Penso ai detenuti e leggere dichiarazioni in cui si dice che la situazione sarebbe sotto controllo mi fa pensare: ma siamo sicuri che coloro che in questi giorni, in queste ore, stanno decidendo la sorte di detenuti, medici, infermieri e polizia penitenziaria sappiano cosa sia una cella e le sue dimensioni?

Perché di soluzioni non ce ne sono tante: o in tempi estremamente brevi si pensa ad una alternativa consentita dall’ordinamento oppure si fatica a capire quale sia la soluzione. Certo è che i nostri istituti di pena non hanno una capacità tale da ospitare, in cella singola, tutti i detenuti e se dovesse essere necessario il ricovero a massa dei detenuti, potremmo assistere al collasso totale del sistema sanitario.

E allora non ci resta che sperare nel Governo e nel D.A.P affinché adottino misure idonee per bloccare la prospettiva, purtroppo scontata continuando in questa maniera, che il virus si diffonda nelle carceri condannando (ancora una volta) detenuti, medici, infermieri e polizia penitenziaria a gravissime conseguenze per la salute propria e dei loro cari, l’Italia non deve permettere che ciò accada.

Don Vito Scilabra

Carmelo Vetro

8/2020 Il Giusto

Il Giusto.

In questi giorni così tristi per la nostra umanità ho cercato di scrivere, di mettere giù i miei pensieri, ma sono stato interrotto da una specie di impotenza, di angoscia non sapendo come incidere (senza presunzione ovviamente) nella mente di chi oggi ha il delicato compito di decidere per la vita di 60 milioni di abitanti o di chi non smette di inondare questi giorni di false notizie.

Mi è tornata in mente la storica “Colonna Infame” di Alessandro Manzoni.

La vicenda narra del processo subito dal bottegaio di quartiere. Siamo nel 1630 e l’Italia viveva una terribile peste. A seguito ad un’accusa, ad opera di una “donnicciola”, Gian Giacomo Mora venne ritenuto responsabile del contagio pestilenziale, tramite l’utilizzo di misteriose sostanze, che mieteva vittime dal Nord al Sud.

Il processo decretò la condanna capitale di due innocenti giustiziati con il supplizio della ruota e venne eretta, come monito, la “colonna infame” sulle macerie dell’abitazione del Mora.

La giustizia, esattamente 148 anni dopo, fa abbattere la colonna infame perché quel caso fu decretato come un atto di ingiustizia; il barbiere Mora era innocente, così come il commissario di sanità Guglielmo Piazza.

Mi torna in mente questa vicenda, la sento crescere prepotente dentro di me e sento che un accostamento sensato ce l’abbia con quello che stiamo vivendo oggi.

Nessuno, o quasi, si muove per adottare provvedimenti incisivi e necessari per la salvaguardia di vite umane, parlo della vita di detenuti, medici, infermieri e polizia penitenziaria che ogni giorno non possono fare altro che entrare in quei luoghi tristi e privi di ogni umanità per fare il loro dovere.

Ma fino a che punto questo sarà ancora possibile? Può essere accettabile scoprire, tra qualche settimana, che si poteva fare di più? O succederà come al Barbiere Mora che la Giustizia si è mossa dopo 148 anni? La nostra umanità non ce l’ha questo tempo, non possiamo aspettare e non possiamo far vivere i familiari dei detenuti in perenne ansia per la sorte dei loro cari; non possiamo far vivere ai detenuti i loro già tristi giorni in ansia per i loro cari.

Il carcere detta delle regole non scritte, non c’è un tempo, la vita dentro quelle mura vive un corso che niente ha a che fare con la vita reale; ogni cosa viene amplificata, ogni notizia è distorta. Le carceri Italiane (tranne che per limitatissime realtà) sono oggi l’università del crimine perché i detenuti vengono abbandonati al loro destino, paradossalmente ci si sente delle vittime proprio perché si perde il contatto con la realtà e non si comprende che spesso (non dimentichiamo chi davvero è vittima di ingiustizie e che nel migliore dei casi viene assolto solo dopo anni di carcere) si è solo vittime dei propri errori.

In questa tragedia umana, che stiamo vivendo, lo Stato non può sottrarsi ad adottare dei provvedimenti che sono necessari, ovviamente si parla di concedere “benefici penitenziari”, già previsti nel nostro ordinamento, a detenuti che hanno pochi mesi da scontare; sia ben chiaro ai cittadini che coloro che sono colpiti dall’art. 4bis Ordinamento Penitenziario sono esclusi da qualsivoglia beneficio, perciò sarebbe bello, per rispetto della nostra Costituzione e delle Leggi, che nessuno faccia inutili e pericolosi proclami con dichiarazioni false; non è lontanamente immaginabile pensare che le nostre strade saranno inondate da pericolosi “mafiosi”, “stupratori” e “spacciatori”.

Uno Stato democratico non può permettere che le sue carceri si trasformino in luoghi che seminano la morte tra coloro che quotidianamente li vivono e ancora una volta non mi riferisco solo ai detenuti.

Ogni cittadino Italiano, deve sapere che il detenuto, seppur detenuto, è UOMO E COME TALE ha diritto alla propria salute e lo Stato è in dovere di assicurargliela. Immagino la reazione dei  più Giustizialisti che gridano allo scandalo perché lo Stato deve sprecare le proprie energie per occuparsi di gente che ha seminato solo del male e al grido di  <<buttiamo via le chiavi>> c’è solo indignarsi. Purtroppo non è così e per fortuna i più sono Politici e Magistrati seri che sanno (anche se in questo caso non abbiamo tempo, i detenuti non possono rischiare di vedersi riconosciuto il proprio diritto alla vita, come nel caso di Mora, dopo 148 anni) che bisogna tutelare ad ogni costo, anche con provvedimenti speciali, la loro vita, che poi è quella di ogni cittadino italiano.

<<Ricordiamoci che un uomo non perde la propria dignità solo per il fatto di essere detenuto>> e questo non l’ho detto io!

 

Don Vito Scilabra

Carmelo Vetro

Articolo 7/2020

“Samba”

 Il Samba trova la sua origine a S. Salvador da Bahia, il porto dove venivano sbarcati gli schiavi rapiti nell’Africa Occidentale. Alla sua formazione contribuirono le tradizioni musicali di varie etnie africane, soprattutto Joruba e Naghò. Nel Samba originario (bajano) troviamo miscelati i ritmi delle liturgie di varie divinità appartenenti alle religioni di vari popoli africani, jongo, cateretè, batuca, bajao ed altri.

Ma non vogliamo parlare di questa famosa danza, il Samba a cui ci riferiamo è un ragazzo nato e cresciuto nella Nuova Guinea, un Africano che ha preso il suo nome, probabilmente, da un suo antenato che probabilmente secoli prima era stato fatto schiavo e sbarcato in brasile.

Samba viveva a Papua con la sua famiglia; quando era ancora un ragazzino venne mandato dal padre a lavorare nel terreno di famiglia; questo era praticamente in mezzo al deserto e Samba inizia a sognare una nuova terra, un paese dove possa realizzare i suoi sogni.

 Tante volte abbiamo letto o sentito parlare del come, su come o del perché uomini, donne, bambini e ragazzi scappano dai loro territori; ci siamo formati un’idea positiva o negativa su cosa sia l’accoglienza e l’abbiamo fatto prendendo come riferimento quello che sui social o sui telegiornali ci dicono; altre volte crediamo di avere un’idea “giusta” semplicemente perché tifiamo per una certa ideologia politica giustizialista in alcuni casi, garantista in altri.

Al centro di ascolto abbiamo formato la nostra idea di accoglienza vivendo ogni giorno le persone che arrivano carichi di speranza, ma con i segni visibili e non della stanchezza, delle atrocità subite; vivono con la paura di parlare addirittura per pronunciare il loro nome; noi li conosciamo e come sempre non vogliamo imporre nulla al lettore, riteniamo che l’uomo sia così intelligente che leggendo lo spaccato di vita davvero vissuto da un nostro “fratello” possa essergli da stimolo per mettere in discussione la propria idea eventualmente distorta sul perché migliaia di persone scappano abbandonando tutto per trovare un po’ di pace SE riescono a sconfiggere la morte.

 Parlavamo di Samba.

Un giorno conosce un suo coetaneo che come lui lavorava il terreno di famiglia e decidono di partire. Si lasciano alle spalle la famiglia, la povertà e iniziano il loro viaggio verso il Senegal, Mali, Niger e la Libia. Attraversano queste nazioni nell’arco di più settimane con molteplici espedienti, con le tasche vuote e con loro solo uno zaino e qualche litro d’acqua.

L’ultima viaggio verso la Libia lo fanno a bordo di un’auto con 18 persone dentro, di notte si viaggia e di giorno si riposa per paura di essere scoperti dall’esercito.

Arrivati in Libia vengono accompagnati in una struttura, vengono invitati a riposare e di aspettare la nave che li porterà via da quel territorio dove esiste solo la morte. Non hanno la forza per gioire riescono solo a dormire e a sognare la loro nuova vita e a sognare il cibo e l’acqua che il quel momento non hanno. Dopo quattro giorni di totale isolamento scoprono di essere in carcere e che possono uscire da lì solo pagando; ovviamente non sarà così perché per pochi che avevano dei soldi e che hanno dovuto “pagare” per la loro libertà sono stati i primi ad essere mandati ai lavori.

Da giorni cerco di riflettere su questa cosa e non riesco a trovare le parole per descrivere di cosa sia capace l’uomo; si può parlare di inganno, d’ipocrisia, di meschinità e di miseria dell’anima. Un uomo che per pochi spiccioli consegna a morte certa i suoi simili; perché le carceri libiche sono qualcosa di indescrivibile, Samba ancora oggi non riesce a parlare delle atrocità che persistono in quei luoghi, riesce solo a balbettare qualche frammento che gli riaffiora per poi chiudersi tra le lacrime in un perfetto mutismo. Come può un uomo essere capace di tanto orrore?  Samba viene letteralmente incatenato al suo amico e costretti a lavorare; si dividevano un tozzo di pane al giorno e un sorso d’acqua.

A questo punto del racconto a Samba gli si bagnano gli occhi ripensando al suo amico, un omone costretto ad essere schiavo che tenta di ribellarsi a quella vita così indegna da essere chiamata tale; impazzisce, va fuori testa perché non sopporta la durezza di quella vita, così un giorno, uomini dell’esercito gli sparano perché considerato inutile e pericoloso; inutile perché l’uomo schiavo viene mantenuto in vita fino a quando è capace di svolgere il suo lavoro; pericoloso perché un uomo schiavo, e privo di senno oramai, può indurre i propri compagni “schiavi” a ribellarsi. Viene ordinato a Samba di scavare una fossa e buttarci dentro il suo amico.

Pensiamo a immaginare la simbiosi che può crearsi tra due uomini legati, letteralmente legati, giorno e notte, uomini che lavorano e dividono un tozzo di pane e un sorso d’acqua, che dividono la stanchezza, la sofferenza e la paura, uomini che dividono la stessa maledetta sorte. Proviamo a immaginare quale trauma possa subirsi ad essere costretti a seppellire l’amico in quel modo così barbaro, l’amico con cui aveva condiviso il sogno di una vita normale, l’amico con cui aveva condiviso il viaggio e la prigione.

Samba riesce a scappare dopo due o forse tre anni di prigionia (non ricorda quanto tempo è rimasto in carcere da schiavo) mentre scava la fossa, mentre è lì a trovare un briciolo di forza per scavare la buca decide di usare quel briciolo di forza per scappare. Samba ci riesce e riesce a raggiungere la costa. Non sa spiegarci come ha fatto a scappare, forse assieme a quel briciolo di forza e all’esasperazione ha trovato il coraggio di vivere o morire perché nelle carceri Libiche si è sicuri di morire, scappando forse si sopravvive. Raggiunge Lampedusa non prima di vedere naufragare altri uomini, già, perché alla tragedia umana non c’è fine. Samba aggiunge particolari che mi fanno pensare a cosa succede in quei posti. Spesso si dice che per potere partire da quelle zone bisogna pagare, ed è vero per alcuni versi, ma spesse volte succede che i prigionieri vengono caricati su quelle barche perché non più in grado di lavorare per malattia e perché si diventa delle larve; esiste poi il “mito” dello scafista che non è, come di solito sentiamo dire, un organizzatore del viaggio, ma semplicemente un altro “disgraziato” come gli altri costretto dai Libici a tenere il timone della improvvisata barca.

Quando Samba ha raccontato questa parte della sua vita ha spesso utilizzato le parole; Amico, scappare, i Libici, costretto, dividere, stanco, piangere, urlare, nascondere, picchiare, ma anche usato la parola sognare che in mezzo a tanto orrore sembra impossibile poter sognare e invece ciò che tiene in vita un uomo è la speranza che equivale a sognare e a desiderare. Queste parole ho voluto utilizzarle spesso anche io perché facendo un lavoro di Brainstorm, tempesta di cervelli, uscirebbe fuori che ognuno di noi ha il dovere, da cittadini, da uomini liberi e di buoni costumi, di impegnarci affinché cessi in questo mondo l’indifferenza e l’egoismo, il falso perbenismo, il falso mito dell’uomo nero, perché in questa terra siamo tutti figli di Dio e siamo tutti uguali con i nostri sentimenti, con i nostri sbagli e con i nostri sogni, tutta l’umanità dovrebbe essere messa nelle condizioni di perseguire i sogni, la felicità, la libertà fisica e di pensiero.

Oggi Samba vive ad Agrigento, è l’esempio di come una buona accoglienza e un piano serio di inserimento nel nostro tessuto sociale può far nascere un uomo nuovo; grazie alla sua capacità di mediatore e al suo bagaglio enorme di esperienza, è stato assunto dal centro a tempo indeterminato, dedica il suo tempo al lavoro e a risanare quella parte di vita che fin da giovanissimo gli ha fatto scoprire di cosa è capace un uomo e soprattutto può non più sognare di essere felice, ma di esserlo davvero.

 Don Vito Scilabra

Carmelo Vetro