Art. 7/21 L’inaccettabile “errore”

 Art. 7/2021

L’inaccettabile “errore”

 

<<I dati drammatici per ingiusta detenzione riportati interamente dall’associazione errorigiudiziari.com. In prima posizione c’è il distretto di Napoli con 101 casi nel 2020. E lo stesso distretto è tra le prime tre posizioni da 9 anni consecutivi. E per 6 volte su 9 è stato al primo posto. In più, detiene il record di casi rag giunti in un anno: 211 nel 2013. Al secondo posto c’è il distretto di Reggio Calabria con 99 casi, terza Roma con 77 casi. Il record di spesa nel 2020 è detenuto dai distretti di Reggio Calabria e Catanzaro, con rispettivamente 7.907.008 euro e 4.584.529 euro. In terza posizione Palermo con 4.399.791 euro. Su base pluriennale Catanzaro è il primo distretto italiano per entità di indennizzi per ingiusta detenzione: soltanto negli ultimi 9 anni lo Stato ha versato quasi 51 milioni di euro. Dal 2012 a oggi, la Calabria ha assorbito più del 35% del totale degli indennizzi nazionali.>>

Vogliamo aprire la nostra riflessione odierna sui drammatici dati relativi all’ingiusta detenzione. Questi si commentano da soli e necessitano di un’attenta valutazione sia dagli organi istituzionali, sia dal “semplice” cittadino.

L’ingiusta detenzione è strettamente collegata alla drammaticità che vivono i familiari perché non dimentichiamo che la pena non la sconta solo chi si trova in carcere (molte volte poi assolto perché ritenuto innocente), ma viene subita ancora più ingiustamente dalle persone a lui vicine.

Con l’articolo di oggi abbiamo deciso di pubblicare stralci di lettere e pensieri di familiari che ogni giorno convivono con un familiare ristretto e stralci di storie di persone che sono state ingiustamente detenute…

<< chi vi scrive è una moglie e mamma di due gemellini. Sono sposata con G. e si trova in carcere dal 17/3/2004, da quel giorno inizia il mio calvario perché senza di lui mi sentivo persa, non c’era più un senso ma sentivo solo un grande vuoto.

Dopo un paio di mesi, con la sentenza di primo grado, gli viene dato l’ergastolo! Non credevo più a niente, mi sentivo mancare il respiro… Dare l’ergastolo è come farti smettere di vivere, di sognare perché quella sentenza viene data non solo a chi quella condanna la deve scontare, ma anche a chi ama davvero quella persona: l’ergastolo si sconta insieme.

In appello l’ergastolo, infatti, gli viene tolto per insufficienza di prove. E li, lacrime di gioia…ringraziavo Dio… in Cassazione viene accreditata la testimonianza di un pentito, basata sul “sentito dire” e a mio marito viene ridato l’ergastolo, il fine pena mai.

Dopo la Cassazione non abbiamo avuto la possibilità di difenderci, ma questo non ci ha impedito di realizzare alcuni dei nostri sogni: sposarci e avere dei figli. Due gemelli, un maschio e una femmina, nati con l’inseminazione artificiale dopo una lunghissima lotta contro la burocrazia e la filosofia che un condannato non ha più nemmeno il diritto a diventare padre… ogni volta che telefona gli chiedono “papà quando torni a casa”? e lui, con un nodo alla gola, risponde “quando il papà finirà di lavorare tornerà a casa e non vi lascerà mai più>>

E ancora la storia di una ragazza bulgara assolta dopo anni di detenzione…

<< Sono stata in carcere pur essendo innocente per quasi tre anni. Accusata di reati gravissimi, ma mai commessi. Alla fine, la mia colpevolezza non è stata riconosciuta.

Quando ero poco più che una ragazza, all’età di 23 anni, sono stata arrestata dai carabinieri insieme con altre quattro persone perché coinvolta in un’inchiesta giudiziaria i cui reati ipotizzati erano molto pesanti: associazione per delinquere, riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona. Era il 2013.

A tre anni dall’arresto, nel 2016, il processo davanti alla Corte di Assise si concluse con l’assoluzione. Durante il dibattimento si era potuto appurare che le accuse nei miei confronti erano state inventate da un’altra donna che si era voluta vendicare dopo un litigio.

La Corte d’Appello accolse la domanda di risarcimento per ingiusta detenzione disponendo una liquidazione economica…

Il Procuratore generale della Corte d’Appello, però, si era opposto al riconoscimento della parte economica.  Il PG lamentava il fatto che la Corte distrettuale mi avrebbe condannato perché, in sede di interrogatorio, mi sono “limitata” a protestarmi innocente spiegando che ero finita nell’indagine a causa di un’accusatrice la quale nutriva sentimenti di astio nei miei confronti per un pregresso litigio, senza però addurre elementi concreti a sostegno della tesi accusatoria».

Nel febbraio 2021 la Cassazione ha respinto il ricorso del Procuratore Generale, confermando la legittimità del risarcimento.

Secondo i giudici della Suprema Corte, infatti, «nel caso di specie non emergono – né il Procuratore generale ricorrente ne dà conto – profili di silenzio o di mendacio, o di reticenza da parte della giovane donna: non il silenzio, non essendosi la stessa avvalsa della facoltà di non rispondere; non il mendacio, non essendo state indicate circostanze fattuali incompatibili con le sue dichiarazioni; non la reticenza».

Non è un caso che anche Papa Francesco interviene sui molti casi di innocenti finiti in carcere costretti a rinunciare al bene più grande che è la libertà, agli affetti dei propri cari, alla carriera e vorremmo aggiungere: alla dignità calpestata. Gesù fu condannato a morte con una sentenza scritta a tavolino perché rappresentava una minaccia per il potere politico e religioso: “i dottori della legge si sono accaniti contro di lui: è stato giudicato sotto accanimento, con accanimento, essendo innocente“.

La storia di Andrea (nome di fantasia) racconta il dramma dell’essere figlio di un detenuto e rappresenta la storia di tanti altri figli di persone che convivono con questo marchio. Se vivi in contesti del sud per alcuni versi è “normale” avere il genitore o un parente in carcere; non ci si scandalizza più di tanto specie se siamo negli anni ’90 dove questa sorta di connivenza tra il bianco e il nero era accettata e ben plasmata all’interno del popolino.

Quando Andrea aveva nove anni, il padre, a causa di problemi con la giustizia si è dato latitante.

Non sapeva cosa significasse quel termine che mai aveva sentito nominare né in casa, né a scuola.

La madre di Andrea, una maestra di 37anni che si ritrova di colpo sbalzata in una realtà del tutto sconosciuta, cercava in tutti i modi di proteggere i tre figli piccoli dalle continue perquisizioni notturne da parte delle forze dell’ordine. Andrea osserva in silenzio e impaurito il trambusto che quella gente con i cappucci crea ogni notte nella casa che di norma è sempre ordinata e profumata, ma quei signori mettono tutto a soqquadro senza cura. Ha fissa l’immagine della madre, che apre la porta e seduta con i tre bimbi attorno a lei aspetta rassegnata nell’attesa che finiscano di cercare, di gridare, di chiedere, di minacciare << presto signora le toglieremo i figli se non ci dice dov’è suo marito>>.

Andrea è oramai adolescente quando il padre viene arrestato. Sono passati molti anni e ricorda l’immagine di suo padre sui giornali, su tutte le tv locali e nazionali. Clamore mediatico, persone che spettegolano, gente che addita <<quello è il figlio di tizio>>.

Ha 14 anni quando rivede suo padre in carcere. Sono emozioni indescrivibili. Andrea è un figlio attento, rispettoso e molto intelligente nell’essere capace a discernere le vicende giudiziarie del padre, ovviamente non condivise, dal rapporto personale con lui.

Va a trovare il genitore detenuto in una struttura del nord per un’ora al mese; non può toccarlo, non può abbracciarlo o lasciarsi andare a parole affettuose, può solo vederlo attraverso un freddo vetro che li separa; eppure, neanche quella tragicità di “viversi” scoraggia Andrea nel dimostrare il profondo amore per il padre. Gli scrive due volte a settimana, gli racconta della scuola, degli amici, dei suoi progetti di vita…

Andrea “conosce” così il padre. Attraverso le parole, le raccomandazioni e attraverso il suo sguardo scopre un uomo buono, affettuoso, capace di spiegare al figlio il male che alcune scelte di vita portano non solo a chi li fa, ma anche e soprattutto ai familiari vicini e a chi quel danno lo subisce. Fatica ad associare il padre ai racconti che di lui fanno i giornali.

Diciassettenne, inizia a volerci capire di più sulle vicende. Inizia a parlare con gli avvocati, a leggere accuse, difese e sentenze. Prende appunti, chiede spiegazioni al padre, martella di domande e di “perchè” gli avvocati.

Intanto non è più un ragazzino, finisce la scuola e inizia a costruire la sua carriera lavorativa. Fare il Geometra è per lui il mestiere più bello, condivide con il padre le esperienze lavorative che lo portano in giro per l’Italia. Un mese è formato di 720h e Andrea aspetta le 719 ore al mese che lo dividono dall’incontro con il padre raggiungendolo in qualsiasi parte d’Italia fosse detenuto.

Negli anni ha imparato i gusti del padre, i cibi a lui graditi, l’abbigliamento comodo lontano dalla giacca e cravatta che ricorda o rivede nelle foto di anni prima.

Andrea ha 22 anni quando presenta al padre, attraverso una foto, la ragazza di cui si era innamorato, è diventato il suo migliore amico. Il padre non gli ha mai fatto percepire la stanchezza o la tristezza, gli ha sempre riservato grandi sorrisi nonostante il luogo per nulla accogliente.

Come nella vita di ognuno esiste un momento dove ci si ferma a fare delle considerazioni sugli anni passati o sul senso della vita.

Lui ha capito che nonostante si sia totalmente assoggettato alla legge e al vivere da buon cittadino, in alcuni contesti se sei figlio di… ci rimarrai sempre. Andrea è stato un professionista apprezzato fuori dalla propria regione, ma additato nel suo paese… col tempo ha capito che la cultura purtroppo è il sale della vita e andrebbe diffusa senza “pietà” in tutti gli ambienti. Mai nessuno come Pirandello è riuscito nel descrivere “l’io” delle persone ne <<uno, nessuno e centomila>> dove la realtà perde la sua oggettività e si sgretola nell’infinito vortice del relativismo.

Siamo nel mese di luglio di un anno ormai lontano, Andrea percorre centinaia di Km per andare a trovare il padre. In Istituto gli dicono che è stato ricoverato. Si precipita in ospedale. Attende sei ore prima che gli venga accordato il permesso di vedere il padre per 10min. senza il vetro divisorio, ma con la presenza massiccia di agenti della penitenziaria. Accetta. Abbraccia il padre dopo oltre 12anni. Fino ad allora l’aveva solo visto attraverso un vetro divisorio. Padre e figlio che non si staccano da quell’abbraccio, emozioni, promesse, rassicurazioni e per la prima volta le scuse del padre per non esserci mai stato. Dieci minuti passarono e i due si lasciarono con la promessa di rivedersi presto. Erano inconsapevoli che quello fosse un addio. I medici informano Andrea del brutto male che oramai logorava il padre, non c’erano speranze alcune. Inizia un altro calvario fatto di attese, di burocrazia infinita, di tribunali che nominano medici per verificare lo stato di salute, di altri permessi perché medici di parte possano a sua volta verificare, attese di riscontri clinici, condizioni di salute da monitorate ogni ora, il direttore sanitario della struttura detentiva che chiede il ricovero urgente viste le condizioni… nella drammaticità durata un mese arriva agosto, altre 719 ore sono passate, Andrea con la madre e i fratelli possono correre dal loro caro trasferito nel frattempo in altra struttura detentiva e quando si presentano per il tanto agognato colloquio questi vengono condotti in obitorio. In un attimo tutto era finito. La burocrazia dei vari tribunali non aveva ancora fatto il suo corso per decidere cosa fare che già tutto era finito. Il padre di Andrea si era consegnato a miglior vita. La promessa di rivedersi presto era stata non mantenuta.

Questo racconta il dramma e la tristezza che alcune scelte di vita comportano e ciò che si è costretti a vivere, ma vuole anche invitare ad una riflessione profonda perché di casi come il padre di Andrea, nelle carceri italiane, ne esistono e centinaia e lo Stato dovrebbe sempre garantire ai suoi “ospiti” ogni tipo di assistenza e snellire, quando si tratta di vivere o morire, la burocrazia. Vuole fungere da prevenzione per i giovani che si lasciano affascinare da uno stile di vita al di sopra delle righe senza sapere che tale illusione porta solo alla distruzione; vuole inoltre essere spunto di riflessione per chi è comunque impegnato nell’importante compito di amministrare la giustizia.

Buona Meditazione!

Sac Antonino Scilabra

Carmelo Vetro  

 

 

ART. 6/21 Marginalità sociale

Il concetto di marginalità sociale comprende singole persone e gruppi che non possono o non vogliono rispettare le norme e le usanze della società in cui vivono. La loro emarginazione sociale, tuttavia, non deriva solo dal loro essere diversi, ma si spiega soprattutto con la reazione della maggioranza che, sulla base dei criteri più diversi, prende le distanze da tali individui spingendoli appunto ai margini della società. La condizione di marginalità può essere accompagnata da un danno economico, dalla discriminazione sociale, della perdita della capacità giuridica e dalla limitazione dei diritti politici. La marginalità sociale comprende fenomeni molto eterogenei ed è soggetta a continui cambiamenti.

 

Erano considerati emarginati tanto i disabili e i malati quanto persone che esercitavano mestieri indispensabili per la società, ma gravati dal marchio del disonore. A quest’ultima categoria appartenevano, fra l’altro, prostitute scorticatori di animali, becchini e vuotatori di latrine. Anche differenze etniche o religiose potevano determinare l’esclusione di una minoranza, come avvenne per gli Zingari, gli ebrei e gli omosessuali; quest’ultimi addirittura furono perseguitati e condannati alla pena capitale. Le autorità laiche ed ecclesiastiche talvolta emanavano prescrizioni per il vestiario, per stigmatizzare gli appartenenti a determinati gruppi marginali, oppure costringevano questi ultimi a contrassegnare i propri abiti con colori o segni infamanti.

Durante il Medio Evo, l’atteggiamento nei confronti dei lebbrosi oscillava fra la marginalizzazione e la demonizzazione e vennero confinati al di fuori dei centri abitati. Nel 1321 la presunta congiura dei lebbrosi, accusati di essere avvelenatori di pozzi e nemici della cristianità, scatenò un vasto movimento di persecuzione che fece vittime in tutto il territorio dell’Europa centrale.

Quando gli zingari fecero la loro comparsa nell’Europa occidentale e centrale, all’inizio del XV sec., furono accolti benevolmente e ospitati dai governi cittadini, per esempio da quello di Basilea. Già verso la fine dello stesso secolo vennero però associati a furti, divinazioni e altri delitti e addirittura accusati di essere spie dei Turchi. Nel 1498 la Dieta imperiale di Friburgo in Brisgovia decise di bandirli per sempre dall’Impero.

L’assunzione da parte delle municipalità dell’assistenza ai poveri e ai mendicanti fece scaturire una nuova ondata di emarginazione. Le autorità civili iniziarono a stabilire i criteri che davano diritto a ricevere elemosine e a mendicare. Essere “nullafacente” o “vagabondo” corrispondeva per contro a un comportamento che nei secoli successivi venne sempre più criminalizzato. Gli uomini, le donne e i bambini sani e in grado di lavorare che vivevano di elemosine e non avevano fissa dimora sottostavano, come gli stranieri, al divieto di accattonaggio. In questa categoria rientravano i mendicanti forestieri, ma anche gli uomini e le donne privi del diritto di cittadinanza nel luogo in cui abitavano. Chi mendicava illegalmente veniva espulso e i contravventori recidivi erano passibili di pene corporali. Per motivi economici e disciplinari le autorità organizzavano appositi trasporti per espellere i forestieri mendicanti. La non sedentarietà, che interessava anche i Girovaghi, costituì quindi un importante criterio di emarginazione. Dal XVI sec. in poi gli stranieri poveri furono sottoposti a una crescente repressione da parte delle autorità. Misure di polizia quali retate e bandi, come pure lo scambio di schede segnaletiche e di avvertimenti fra autorità di città amiche, contribuirono alla loro criminalizzazione.

Talvolta erano considerati emarginati anche gli artigiani ambulanti, i cosiddetti guastamestieri, i Mercenari senza occupazione con le loro accompagnatrici e i Menestrelli. Gli storici non sono concordi nel considerare i criminali quali emarginati. Di certo non lo erano uomini e donne che, banditi per un certo periodo, dopo aver scontato la pena riprendevano la loro vita sociale e lavorativa e nemmeno i Briganti. Le bande che assalivano i viaggiatori, attive soprattutto nelle regioni boscose o di campagna, rappresentano gruppi di struttura eterogenea che formavano una sorta di società alternativa.

Ci fa riflettere, paradossalmente, che durante il Medioevo, ritroviamo una forma di “giustizia” che permettesse a chi era stato bandito dal proprio paese, perciò escluso, di riacquistare la sua vita sociale una volta scontata la pena.

Nel 2021, il mondo ha subito una forma di modernizzazione impensabile iniziata con la fine della Seconda guerra mondiale. La tecnologia esistente ha raggiunto è stata capace di raggiungere ogni obiettivo prefissosi dall’uomo. Nonostante l’evoluzione a livello globale, assistiamo a un giustizialismo fuori da ogni logica e a una giustizia “vecchia”, una forma di reinserimento sociale quasi inesistente. Infatti, se nel medioevo alle persone che subivano il bando pubblico gli veniva permesso il loro reinserimento finita di scontare la pena, oggi chi subisce una interdizione, una misura di prevenzione o una pena detentiva viene letteralmente escluso dalla società civile e difficilmente riacquisterà i diritti riconosciuti a ogni individuo.

Buona Meditazione!

Sac. Antonino Scilabra

Carmelo Vetro

 

5.21 Bambini dietro le sbarre

Spesso, con i nostri articoli ci concentriamo su diversi temi sociali e quando parliamo di carcere lo facciamo parlando dei detenuti, quasi mai però parliamo delle detenute, ecco perché oggi dedichiamo il nostro tempo a loro.

La legge italiana prevede che una donna che debba scontare una pena detentiva, se madre, questa possa farlo assieme al proprio figlio/a costringendolo di fatto a scontare la pena assieme al genitore. Un’atrocità secondo il nostro punto di vista.

Una legge in Italia permette di spostare la detenuta dal carcere, al carcere – nido che altro non è che una vera e propria detenzione, ci sono le sbarre e i cancelli esattamente come nella detenzione “normale” solo che a dare un minimo di colore a un posto così triste sono i sorrisi dei bambini inconsapevoli del mondo in cui vivono e del trauma che probabilmente si porteranno a vita.

Diversa è la realtà degli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam), purtroppo pochissimi in Italia, solo cinque (Milano San Vittore, Venezia Giudecca, Cagliari, Lauro e Torino). Si tratta di appartamenti che ospitano mamme con bambini fino a sei anni, nati in seguito alla riforma della legge 62 del 2011.

A differenza del carcere, qui i piccoli vengono presi da volontari alla mattina e portati a scuola. Non ci sono sbarre né divise, ma orari e ritmi rigidi da rispettare.

I piccoli rientrano nel pomeriggio. Si tratta pur sempre di una convivenza forzata tra donne e bambini, sicuramente molto più umana rispetto a quella delle carceri-nido.

Colpevoli di nulla quindi, questi bambini trascorrono i primi anni della loro vita tra le mura di un penitenziario dove il passaggio tra il giorno e la notte è scandito dal fragore delle chiavi di ferro che aprono e chiudono le celle. Dove ci sono solo donne e i maschi sono agenti in divisa che ogni tanto si vedono da lontano. Dove tante volte le stesse mamme soffrono di gravi disturbi o arrivano da situazioni di disagio e disperazione estreme.

Ovviamente le sentenze vanno rispettate, questo dato è incontrastabile, ma bisognerebbe trovare una soluzione perché se da un lato vanno rispettate le sentenze, dall’altro non si può far vivere a piccoli innocenti la dura esperienza del carcere.

Secondo uno studio europeo, la preoccupazione per i figli viene menzionata dalle donne in carcere come una delle cause principali di depressione e ansia, che conduce all’autolesionismo. Lo studio condotto per conto della Commissione europea appunto, conferma che “le perdite e le rotture dovute alla separazione dai […] figli emergono specificamente da tutte le relazioni dei paesi quale fonte primaria di sofferenza in prigione per le detenute“.

Occorre una riflessione molto profonda perché bisogna garantire un’esecuzione penale che rispecchi quanto più possibile la vita esterna scandita dagli stessi ritmi, cosa quasi impossibile, ma la soluzione non può certo essere far vivere ai bimbi la carcerazione.

Ci rendiamo conto che le Istituzioni si ritrovano davanti al grande enigma tra l’incontrastabile dato che è quello di dare corso alle sentenze e dall’altro cercare un modo per coniugare l’esecuzione della pena con i rapporti familiari.

Il Consiglio d’Europa, in una relazione pubblicata già nel 2000, raccomanda lo sviluppo di unità di piccole dimensioni chiuse o semi chiuse con il sostegno dei servizi sociali, in cui i bambini possano essere accuditi in un ambiente a misura di bambino e dove l’interesse del minore sia preminente, pur non trascurando la necessaria sicurezza pubblica.

Ultimo aspetto, ma di certo non meno importante, è come questi bambini vengano educati alla religione; sappiamo che si cerca di dare un insegnamento scolastico più o meno adeguato, ma non esiste, a quanto pare, una vera e propria norma che prevede cosa si faccia per dare loro un insegnamento religioso, forse perché si pensa ci sia tempo giacché i bambini stanno in carcere “solo” fino a 6 anni?

In definitiva, considerando l’universo detentivo maschile o femminile che sia, bisogna dire che i detenuti che hanno fallito come cittadini possono riuscire come genitori e il successo come genitori li può aiutare a diventare cittadini migliori. Buoni legami familiari sono importanti all’epoca del rilascio, in particolare perché un ambiente familiare stabile dove fare ritorno, quindi la preservazione dei vincoli familiari svolge un ruolo importante nella prevenzione della recidiva e nella reintegrazione sociale dei detenuti. Tuttavia, un certo numero di fattori, come condizioni di visita non flessibili e ambienti di visita poco accoglienti, possono perturbare i rapporti familiari e il contatto con i figli. Occorre creare un ambiente che trovi il giusto equilibrio tra le esigenze di sicurezza e i buoni contatti con i familiari a partire dalla sala colloqui, che sia una sala che consenta una certa libertà di movimento e privacy alla famiglia, ambiente accogliente per i bambini… tutto ciò costituisce un importante disincentivo alla recidiva.

Buona Meditazione!

Sac. Antonino Scilabra

Carmelo Vetro

4.21 A proposito di…

Nel nostro precedente articolo abbiamo affrontato la tragicità delle misure di prevenzione personali applicate a chi ha subito una condanna e dopo un periodo più o meno lungo di carcerazione.

In questo senso, per quanto possiamo essere critici per le argomentazioni già trattate, diciamo che riusciamo a trovare un filo di comprensione, ma quando queste misure vengono applicate a persone che magari sono solo “sospettate” di avere commistioni con un mondo che non rispecchia la legalità e quando a queste misure seguono il sequestro dei beni, ecco che tutto ciò sa davvero di tragico e sembra appartenere in un paese confuso, pasticcione per usare un termine assai elementare.

 Ovviamente verrebbe da dire che se “esiste il sospetto” sia giusto prevenire! Noi diciamo no, in Italia esiste la presunzione di innocenza, qualcosa di meraviglioso da applicare accanto al nome di democrazia e giustizia e perciò non si dovrebbe stravolgere la vita personale e professione di un uomo se non si è certi che quella persona vada messa nelle condizioni di non commettere reati.

Dalle inchieste giudiziarie sappiamo che molte si risolvono in un nulla di fatto per intervenuta assoluzione o perché prosciolti (cioè non rinviati a giudizio), ma nel frattempo la persona si è vista spogliata di ogni suo bene, della propria dignità e costretta ad attendere, senza altra possibilità, la fine delle inchieste o la fine di un processo. Legate a stretto giro con tali misure sono i sequestri dei beni patrimoniali, molte aziende virtuose, in nome del “sospetto”, passano dalla gestione privata, alla gestione Giudiziaria. Paradossalmente tale gestione è quasi sempre fallimentare e ciò che ne consegue è la perdita di posti di lavoro e le aziende stesse poste in fallimento.

Non tutti sanno che, se si viene arrestati ingiustamente o indagati, venendo poi assolti o non rinviati a giudizio, il risarcimento non è automatico. Deve essere promosso dalla stessa persona che ha subito l’onda giudiziaria e viene concesso nel caso in cui venga accertato, in questo caso con una attentissima valutazione da parte del Giudice, che la persona ingiustamente arrestata o posta sotto inchiesta Giudiziaria, non abbia indotto in errore, con un comportamento doloso o colposo, il giudice che lo ha arrestato o indagato. Ma come può una persona, risultata innocente, essere causa del suo arresto? È qualcosa di assurdo che supera qualsiasi logicità e comprensione.

Quindi la colpa non è del giudice, è tua perché con il tuo comportamento (ti ricordo che sei innocente) hai fatto sbagliare il giudice.

Purtroppo, il nostro ordinamento è in più parti formato dalla cultura del sospetto, dalla presunzione di persistente colpevolezza che si distingue per i suoi tratti autoritari.

 

Ci chiediamo quindi: quando un privato viene espropriato del frutto del suo lavoro e la sua intera famiglia gettata per strada, senza contare la gogna mediatica, come si può parlare di “giustizia sociale”? Togliere il patrimonio a un innocente è efficienza o ingiustizia?

 

Come Chiesa abbiamo il compito di vegliare e consigliare i comportamenti privati di ogni cristiano nella sfera dell’intimità, ma abbiamo anche l’obbligo morale di mettere in evidenza tutte le discrepanze che un ordinamento giuridico può causare ad ogni singolo cittadino.

Ci fermiamo a riflettere sull’aspetto morale e sessuale, ma siamo molto latitanti sull’aspetto giuridico che coinvolge molte più persone nella nostra società.

Buona meditazione!

Sac. Antonino Scilabra

 

Carmelo vetro

3/21 La libertà…assai vigilata…

Oggi vorremmo affrontare un argomento molto delicato e cercheremo la formula più adatta per far comprendere che solo ed esclusivamente in Italia esistono le cosiddette pene accessorie quali: la Sorveglianza speciale e la libertà vigilata, solitamente applicate a seguito di condanna e dopo un periodo di detenzione più o meno lungo.

Diamo un breve cenno su cosa prevedono questi due istituti per far comprendere perché parliamo di stravolgimento totale della vita: la sorveglianza speciale prevede che una persona stabilisca la propria residenza in un comune entro la quale muoversi. Non potrà uscire di casa entro un dato orario mattutino e dovrà rincasare in molti casi anche alle 18. Inoltre, gli sarà sospesa la patente di guida, gli sarà fatto divieto di frequentare luoghi affollati, dovrà essere reperibile in qualsiasi momento della giornata per le forze dell’ordine e sarà soggetto a controlli notturni mirati ad assicurarsi che non esca dalla propria abitazione in orari non consentiti.

Stesse regole valgono per la libertà Vigilata, ma in più i soggetti sottoposti a tale misura di prevenzione, hanno l’obbligo di presentarsi in caserma anche più volte al giorno per apporre la propria firma su un registro di controllo.

Dunque, è possibile immaginarsi come di colpo la propria vita possa essere “sospesa” e ritrovarsi a vivere un calvario, limitato della propria libertà e la serenità di un’intera famiglia compromessa, specie nelle ore notturne.

Il ragionamento a cui ci ancoriamo è quello di volere capire perché, se esistono all’interno del nostro ordinamento simili pene accessorie, non si predisponga un sistema per cui l’accertamento “dell’attualità della pericolosità sociale” sia fatta in maniera capillare e soprattutto attuale. Diciamo questo perché molto, molto spesso i vari Tribunali nell’accertare l’attualità della pericolosità sociale si rifanno a relazioni storiche e stereotipate della Questura, Tenenza dei carabinieri, Dia, Dda…che molto spesso non possono essere considerate utili ai fini dell’accertamento della pericolosità perché si limitano a narrare la storia processuale del soggetto senza tenere conto del lasso di tempo che ha trascorso in carcere o della positiva  evoluzione intra ed extra muraria, infatti, non si valutano elementi che comunque sono indicatori significativi per capire la tipologia di vita che quel determinato soggetto conduce dal momento in cui viene scarcerato.

In Italia si tende a utilizzare il ricatto della collaborazione con la Giustizia o della dissociazione come unico metodo per potere considerare “cambiata” la persona. Ma più volte la Suprema Corte si è espressa chiarendo che la collaborazione non è il solo ed esclusivo indice da valutare, molte volte infatti la persona decide di non collaborare per paura di ritorsioni nei confronti dei propri familiari, perciò si accetta di soccombere al giudizio negativo da parte dei vari Tribunali giudicanti, senza la possibilità di dimostrare che l’allontanamento da qualsiasi logica delinquenziale può avvenire in altre mille forme.

Riportiamo un breve stralcio dell’ennesima ordinanza di rigetto da parte di un Tribunale siciliano: <<Non ha manifestato successivamente alla sua scarcerazione alcun comportamento, né ha reso alcuna dichiarazione, dai quali desumere la dissociazione del medesimo dal vincolo che lo ha per gran parte della sua vita legato a tale sodalizio criminoso>> ed ancora << durante il lasso di tempo trascorso dall’applicazione della misura (un anno e sei mesi a fronte dei tre anni previsti) sebbene il prevenuto si sia prodigato per la ricerca di un’attività lavorativa stabile per ricostruire una vita all’insegna della legalità e, pur se rispettoso dei limiti della sua libertà personale posti dalla misura della sorveglianza speciale, non ha posto in essere alcuna condotta indicativa di un reale cambiamento assistenziale da leggersi quale autentica rescissione del legame con la famiglia mafiosa alla quale è stato accertato appartenere>>

<< …ai fini della revoca della misura in atto il prevenuto avrebbe dovuto, nelle forme a lui più congeniali, manifestare la sua assoluta distanza dell’associazione mafiosa>>

Dagli stralci sopra riportati appare del tutto evidente come il Giudice abbia formato il proprio convincimento solo ed esclusivamente mediante l’applicazione di regole presuntive nate dal principio del “semel mafioso semper mafioso” che tradotto in siciliano significa <<cu nasci mafiusu mori mafiusu>> metodo di accertamento ormai rifiutato dalla giurisprudenza di legittimità a Sezioni Unite, ma rifiutata anche dai siciliani in generale.

Sappiamo che leggere un articolo del genere è pesante perché richiede impegno, sensibilità e immedesimazione, ma è utile ai fini della comprensione di ciò che parliamo; l’ordinanza riportata è recentissima, narra fatti risalenti a oltre un decennio fa quando la persona in questione aveva 26 anni, ha trascorso 7 anni e due mesi in stato di detenzione, ha subito il 41 bis, revocato poi per l’illegittimità ex tanc del provvedimento, ha intrapreso un percorso risocializzante di rilievo come dimostrato dalle numerose relazioni dell’equipe trattamentali dei vari istituti in cui è stato detenuto (vari istituti del nord Italia) e un percorso universitario notevole. Ad oggi lavora e si dedica al volontariato. Ma nonostante tutto, per i Giudici non è mai abbastanza.

 

Buona meditazione!

Sac. Antonino Scilabra 

2/21 A Proposito di…

A proposito di

In un nostro articolo parlavamo dell’indifferenza e di quanto male faccia a un essere umano dimostrargli quanto sia invisibile agli occhi del mondo.

Spesso parliamo dell’esperienza che maturiamo giorno dopo giorno stando a contatto con gli emarginati di ogni specie, dai detenuti agli ex detenuti, agli immigrati, ai senza tetto, alle donne che hanno subito violenza.

Molte volte ci accorgiamo che chi ha vissuto in carcere anche “solo” per pochi anni, non appena viene a contatto con il mondo esterno e quindi con la luce, i colori, i profumi, i rumori, lo spazio aperto viene colpito da una specie di attacco di panico, l’incapacità di muoversi abilmente in uno spazio aperto e addirittura a deambulare in maniera corretta.

Inoltre, notiamo che la persona che ha subito il carcere non è cosciente di quello che è diventato, non ha contezza del fatto che sembra un alieno in terra.

Osservando questi comportamenti ci siamo chiesti perché Le Istituzioni permettano che il carcere, che dovrebbe essere un luogo che priva della libertà e che dia, allo stesso tempo, cura alla persona dal punto di vista affettivo, psicologico; un luogo che attraverso una importante opera di risocializzazione sia in grado di riconsegnare il reo alla società civile come un nuovo uomo, possano permettere che uomini e donne ristretti nei nostri istituti di pena, si autodistruggono, la loro personalità persa e la dignità calpestata? Non si comprende che così facendo non si porterà la persona a comprendere il proprio sbaglio, anzi, questo si sentirà vittima di un sistema sbagliato.

Avendo conoscenza del carcere abbiamo cercato quindi di interpretare i modi di fare di questi uomini, apparentemente strampalati e fuori dalla consuetudine nei modi di fare.

Il carcere, infatti, è organizzato in modo tale da trasformare uomini pensanti in perfetti robot; è dato scientifico che un uomo costretto a eseguire ogni giorno gli stessi movimenti viene poi condizionato con il mondo esterno, è il caso degli impiegati delle fabbriche costretti a estenuanti ore di lavoro ripetendo gli stessi movimenti ed è il caso dei detenuti costretti a oziare giorno dopo giorno in celle così piccole che è traumatico pensare di organizzare la propria vita in simili condizioni.

Abbiamo parlato con chi il carcere l’ha subito da detenuto o con chi lo vive come volontario prendendosi cura di persone che vivono le condizioni più disparate e quello che viene fuori è uno spaccato di realtà difficile anche solo a immaginarlo.

La difficoltà ad esempio trovata nella deambulazione è dovuta agli spazi assai limitati, immaginiamo di chiudere un animale in gabbia liberandolo dopo anni, non potrebbe mai essere per come vi è entrato, viene nociuta la capacità di comprendere lo spazio e il tempo.

Un’altra cosa che non ha attinenza con nessun senso logico è la mancanza di colori in carcere; si guarda solo il grigio dei muri di cinta, il nero dei blindati, l’azzurro forte delle celle.

È capitato una volta di ospitare, presso il nostro centro, un detenuto in permesso premio e questo si è immerso nella vasca da bagno per ore per potere assaporare quel senso di benessere che può dare  l’acqua calda; una delle tante illogicità del carcere è infatti la mancanza di acqua calda, qualsiasi sia la stagione sono costretti a lavarsi con l’acqua fredda prefigurandosi una vera e propria tortura psicologica.

Abbiamo visto persone fermarsi davanti l’ingresso di una stanza perché anche la loro percezione è compromessa; proviamo a spiegarci meglio…in carcere, all’ingresso di ogni cella, corridoio, doccia, palestra, addirittura in chiesa vi sono dei cancelli in cui ci si deve fermare obbligatoriamente e questo “muro” rimane così impresso nella mente dell’uomo che non si riesce più a vedere la realtà e la realtà è che una volta fuori dal carcere quei cancelli non ci sono fisicamente eppure, psicologicamente, rimangono impressi nella loro testa.

Spiegare quindi cosa accade nella testa di un uomo è cosa assai complicata, facciamo nostre le parole trovate in un libro che provando a descrivere il carcere lo ha fatto così: …Quello che è certo è che: “Il carcere è un momento di vertigine. Tutto si proietta lontano: le persone, i volti, le aspirazioni, i sentimenti, le abitudini, che prima rappresentavano la vita, schizzano all’improvviso da un passato che appare subito remoto, lontanissimo, quasi estraneo”

Buona meditazione!

Sac. Antonino Scilabra

 

Carmelo Vetro

1.21 La cultura dell’indifferenza

Ragionando attorno al
bellissimo messaggio di Papa Francesco abbiamo pensato come la cultura
dell’indifferenza colpisca il cristiano.

Tra gli studenti
americani è spesso consuetudine scrivere sulle pareti delle loro scuole “I care
“. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi
sta a cuore”, il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”».

Si tratta di
un’attitudine egoistica (ci dimentichiamo degli altri, non ci interessano i
loro problemi, le loro sofferenze e le ingiustizie che subiscono) che ha preso
oggi una dimensione mondiale al punto da potere parlare di una globalizzazione
dell’indifferenza.

Tutti noi Cristiani e no,
dovremmo fare ogni giorno la nostra parte per uscire fuori da questo
atteggiamento di indifferenza verso l’emarginato o verso chi vive condizioni di
povertà.

È pur vero che mettere su
carta ciò che sarebbe giusto è cosa semplice, ma ciò che conta è cosa riusciamo
a fare nel concreto.

La nostra organizzazione
di volontariato si occupa, tra le altre cose, di dare assistenza ai detenuti ed
è su questa tragedia umana che vogliamo soffermarci.

Ci capita molto spesso di
vedere persone entusiaste quando raccontiamo quello che facciamo in carcere e
altrettante volte ci chiedono come fare per potere prestare un attimo del loro
tempo al volontariato.

Ma ci si dovrebbe prima
chiedere, perché? Cosa posso dare a queste persone private della loro libertà e,
molto spesso, della loro dignità?

Entrare in contatto con
un detenuto è argomento assolutamente delicato, non si deve entrare in carcere
come se si andasse al “circo” a soddisfare una propria curiosità!

Bisogna intanto pensare
che è un luogo di sofferenza e bisogna dotarsi di un’infinita sensibilità per
potere raccogliere anche solo uno sguardo di un detenuto. L’atrocità del
carcere non termina nell’attimo in cui si riacquista la libertà, ci capita
infatti molto spesso di ospitare persone in Misure alternative alla detenzione,
magari dopo lunghissimi anni di detenzione, e vedere sul loro volto la
stanchezza, la sofferenza e la paura, lo squilibrio che un luogo così duro
lascia indelebile sulla persona.

La vita è piena di momenti e situazioni in cui
optare per essere indifferenti. Possiamo essere più o meno 
interessati, ma non possiamo smettere di sentire. Si tratta di una risorsa che ci fa scegliere se
percepire gli stimoli oppure se allontanarli da noi; pertanto, l’indifferenza
assoluta è impossibile.

Si dice saggiamente che
“l’indifferenza è la risposta più dura, anche quando non ci si aspetta
molto”. È dimostrato
che, quando ostentiamo la nostra indifferenza verso un’altra persona, questo
atteggiamento è uno dei più aggressivi e dolorosi che si
possano assumere. Mostrare indifferenza verso qualcuno implica che stiamo
ritirando tutti i nostri 
sentimenti e che
l’altro, per noi, non esiste nemmeno.

Ma non sempre
l’indifferenza è negativa, è anche un meccanismo di difesa al quale ci afferriamo per
non soffrire costanti delusioni di fronte alle vicissitudini della vita.
Mantenerci in disparte e non aspettarsi nulla da niente e nessuno sono dei
tentativi di auto-proteggerci
.
 Se
non fossimo capaci di diventare neutrali e dovessimo dare una risposta negativa o
affermativa ogni volta che riceviamo uno stimolo, finiremmo esausti.

Vogliamo non
dilungarci ricordando l
’episodio evangelico del cieco di Gerico che
mendicando lungo la strada vide la folla che aspettava Gesù e riconobbe in lui
«il Messia annunciato da Davide»

L’indifferenza e l’ostilità quindi provata  per i bisognosi, malati, profughi, rifugiati e
carcerati rendono ciechi e sordi,
impediscono di vedere i fratelli e le sorelle e non permettono di riconoscere
in essi il Signore e quando questa indifferenza e ostilità diventa aggressione,
e anche insulto
“ma cacciateli via tutti, metteteli in
un’altra parte o ancora, metteteli in carcere e buttate le chiavi”
questa
aggressione è quello che faceva la gente quando il cieco gridava <> ma  Gesù non fu indifferente al grido d’aiuto
de cieco, ma si fermò e fece il miracolo di fargli riacquistare la vista…

Buona Meditazione!

 

Sac. Antonino Scilabra

Carmelo Vetro

15.20 “Il divorzio” dall’amore

Uno dei temi che ci sta a cuore è quello dell’affettività in carcere.

Un tema così delicato è esaltato dal fatto che i detenuti, essendo privi di libertà, non hanno la possibilità di esprimere i loro sentimenti in maniera naturale, ma devono subire una vera e propria privazione dell’istinto naturale all’amore appartenente ad ogni essere vivente.

  Quando si parla di affettività, intendiamo ogni gesto ad essa collegata e quindi una carezza, uno sguardo, un bacio rivolto al proprio figlio, ai genitori, alla propria compagna e non vorremmo creare nessuno scandalo se riteniamo assolutamente legittimo che un detenuto possa avere rapporti intimi con la propria moglie o compagna e per fortuna questa prospettiva è oggigiorno accolta con una maggiore sensibilità dalla Chiesa, dal mondo politico, dalla gente comune.

Questa forma di privazione ha un impatto negativo sul detenuto da diversi punti di vista perchè soffocare gli istinti innati e incontrollabili dell’uomo provoca, oltre che la perdita della propria identità, anche ripercussioni negativi dal punto di vista salutare. Non solo, l’impatto estremamente negativo si ripercuote sul partner che si ritrova a “subire” una privazione a Lei non dovuta, ma come uno specchio, questa, patisce la stessa pena del compagno.

L’aspetto su cui ci si dovrebbe soffermare non è solo ed esclusivamente sulla consumazione dell’atto sessuale, ma bisogna riflettere sulle conseguenze negative che la negazione di esprimersi liberamente ha sull’unione familiare. Spesse volte, nella popolazione detenuta, esiste un elevatissimo numero di divorzi proprio perché il sistema penitenziario, così com’è oggi impostato, porta alla mortificazione dei rapporti affettivi e alla impossibilità di coltivarli.

Negli istituti penitenziari i colloqui avvengono per un’ora a settimana in stanze enormi con decine di famiglie che incontrano i loro cari e già questo inibisce anche ad una semplice carezza; non ha nulla del calore familiare, non riservatezza alcuna, sono rumorose ed è espressamente vietato lasciarsi andare ad una carezza, perché si viene richiamati dall’agente e in molti casi non è possibile tenere in braccio il proprio figlio.

In regime di 41bis i colloqui avvengono dietro un vetro divisorio e con la presenza dell’agente, oltre che dal controllo visivo e uditivo. Ma anche le lettere con cui tutti i detenuti cercano di coltivare i propri affetti vengono, sia in ingresso che in uscita, censurati. Lette, spulciate da agenti che hanno il compito di analizzare che tra le righe non vi siano messaggi in codice.

Spesso il luogo di detenzione è fuori dalla regione dove risiedono i familiari e perciò quell’ora di colloquio consentita, causa i disagi e spesso le difficoltà economiche, viene effettuata per una o due volte l’anno.

Questo “divorzio” dagli affetti, quindi, è davvero drammatico e non avviene solo tra coniugi, ma anche tra padri e figli, tra nonni e nipoti, tra fratelli, tra amici… e crediamo non ci sia dolore più grande che avere un padre in vita e non poterlo neanche abbracciare, essere padre e figlio, ma allo stesso tempo perfetti sconosciuti.

Da sacerdote attento all’essere umano ho da sempre avuto a cuore, in particolare modo, l’uomo inteso come carcerato e ho sempre manifestato la volontà di conoscerli, incontrarli, ascoltarli e dare loro una parola di conforto. Per tale motivo conoscendo le sezioni dell’Alta Sicurezza o del regime differenziato di cui all’art. 41bis (definito “carcere duro”) e accogliendo detenuti in permesso premio, saprei benissimo descrivere quali sono le tante illogicità che oramai fanno parte, più che delle leggi, delle regole non scritte impresse nel modus operandi dei vari Magistrati che a volte decidono senza alcuna consapevolezza di cosa sia il carcere.

Eppure, con la riforma penitenziaria del 1975 si dava attuazione all’articolo 27 Cost. «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Pensate, principio costituzionale pensato e scritto dai nostri padri costituenti e rimasto inattuato sostanzialmente dal 1948 e aveva il chiaro significato di rompere con il vecchio sistema fascista che vedeva nell’espiazione della pena esclusivamente un fine punitivo.

Per questo è inaccettabile, oltre che vergognoso, che in un Paese come l’Italia democratico e liberale quel principio rimanga solo sulla Costituzione e in rarissimi casi viene messo in pratica, tutto è rimesso all’ampia forbice di discrezionalità del Giudice.

Il nostro intendo non è polemizzare, ma attirare l’attenzione verso un mondo la cui realtà è spesso diversa rispetto a quanto previsto dall’ordinamento penitenziario.

Ma dovremmo indignarci se per arrivare ad una svolta significativa, dobbiamo attendere, paradossalmente, che l’Italia venga condannata per i trattamenti inumani e degradanti da parte della Corte Europea che chiedeva, al Governo italiano, di introdurre un istituto giuridico che poteva dare, ai rapporti familiari, l’importanza che hanno, anche in vista di un positivo reinserimento nella società del condannato e per fare in modo che specie i figli piccoli non subissero il trauma di incontrare il genitore in luoghi davvero angusti.

Teniamo a sottolineare che non siamo a favore “delle stanze del sesso” come volgarmente sono state etichettate, ma siamo più che favorevoli affinché possano crearsi dei luoghi, riservati, dove potere mantenere inalterata l’armonia del nucleo familiare.

Per tale ragione sono stati introdotti, nel 2015, gli  Stati Generali dell’Esecuzione Penale che ha coinvolto Magistrati, giornalisti, esponenti politici, il mondo del volontariato, ma anche i detenuti ristretti presso il carcere di Padova.

Anni di intenso lavoro per arrivare ad una proposta che desse, all’Europa, l’idea che l’Italia fosse davvero un Paese democratico e civile.

           

Ma la questione è stata accantonata dalla riforma dell’ordinamento penitenziario del 2018.

E pensare che è dal 1999 che in varie occasioni si è tentato di riformare il sistema penitenziario, senza mai riuscirci.

Anche per questa radicata resistenza, numerosi e numerose esperte parlano di una «silente, ma indiscutibilmente consapevole, volontà del legislatore tesa a impedire l’emersione del diritto»

Un’altra importante iniziativa è stata avviata dal viaggio nelle carceri dei Giudici Costituzionali. Qualcosa da potere definire epocale considerando il fatto che era la prima volta in assoluto, da quando è nata la Repubblica, che sette Giudici delle Leggi si recassero in prima persona nelle carceri.

Un incontro tra due umanità, entrambe “chiuse” dietro un muro e apparentemente agli antipodi: da un lato la legalità costituzionale, dall’altro lato l’illegalità, ma anche la marginalità sociale. Attraverso la fisicità, l’ascolto, il dialogo, il Viaggio diventa occasione di uno scambio reciproco di conoscenze, esperienze, e talvolta di emozioni. Ma è anche la metafora di un linguaggio che non conosce muri, e che anzi li attraversa, perché è il linguaggio (ritrovato e condiviso) della Costituzione, la casa di tutti, soprattutto di chi è più vulnerabile.

 

Il viaggio della Corte nelle carceri italiane non nasce dall’acquisita consapevolezza di trasmettere quei valori di integrazione e di dignità degli individui, principi che stanno tutti nella Costituzione e di trasmettere la loro concretezza, al di là delle torsioni del gioco politico e dei suoi tatticismi su valori costituzionali non negoziabili.

Il carcere è, in questo senso, uno dei luoghi più carichi di significati perché proprio lì, attraverso la Costituzione la democrazia offre la scena dello scambio simbolico tra Stato e comunità, rinnovando le intuizioni più profonde sui valori sociali dell’uguaglianza e della funzione rieducativa della pena nel rispetto della persona umana e della sua dignità.

11/12/2020

Sac. Antonino Scilabra

Carmelo Vetro

14/20 In Principio era la parola…adesso smarrita.

Oggi vogliamo trattare il tema del “buon Cristiano” facendo un breve cenno storico sul Cristianesimo.

Il Cristianesimo consiste in un Avvenimento storico: nel fatto, cioè, che Dio è entrato nella storia dell’uomo e si è fatto carne, rendendosi incontrabile nella Persona di Gesù Cristo. Giovanni 1:1 dice: “In principio era la Parola e la Parola era con Dio e la Parola era Dio” e al verso 14 aggiunge: “E la Parola si è fatta carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Questo evento è quello che noi cristiani chiamiamo Incarnazione.

Quindi la parola “cristiano” significa “come Cristo” o “essere come Cristo”. Il cristiano è un “salvato” per antonomasia.

Però ad una certa percentuale di cristiani piace il fascino del terrore. Forse attratti da una condizione di apparenza e non di sostanza. I Potenti spesso si comportano governando il mondo con la paura. Facendo leva su quegli istinti primordiali che sono tipici di una lotta per la sopravvivenza. Questi pseudo Potenti infondono nella gente il terrore che essere liberati da “qualcuno” sia la loro salvezza. Per questo il popolo si tiene bene aggrappato alle proprie catene e si opporrà con tutte le sue forze verso chi vorrà spezzare quelle catene. La predicazione cristiana è un annuncio di liberazione a disposizione di tutti gli uomini.

Purtroppo, molto spesso ci vantiamo di appartenere a qualcosa senza conoscerne il vero significato. Cristo era un uomo che andava contro corrente, non gli importavano le mode, gli usi paesani, plasmarsi a seconda della folla che si trovava davanti per ottenere il consenso ad ogni costo, ammettendo o smentendo tutto e il contrario di tutto. No, il nostro Cristo alla paura preferiva la bellezza, la gioia, la bontà; preferì essere crocifisso per non tradire sé stesso e per la salvezza dell’uomo.

Stiamo riflettendo attorno al cristianesimo e al Cristiano perché vorremmo anche noi, operatori dell’associazione ODV San Giuseppe Maria Tomasi, essere controcorrenti; non vogliamo abbracciare la politica del terrore, la diffusione di teorie strampalate come per esempio che il “diverso” sia il male in questo mondo. Che poi chi sarebbe il “diverso”?

In questi giorni abbiamo dovuto, nostro malgrado, subire l’onda della teoria folle di un “buon Cristiano”; un signore la cui abitazione confina con la sede del nostro centro.

Un signore che ha deciso di non essere controcorrente, ma di abbracciare la folle teoria del terrore, della falsità, del gettare fumo agli occhi a chi come lui ama le teorie complottistiche e prive di qualsivoglia fondamento realistico e ha ben pensato di riversare tale atteggiamento su Don Vito.

Il nostro lettore si starà chiedendo cosa sia stato capace di fare Don Vito per “offendere” la sensibilità Cristiana di questo nostro confinante. Ebbene molti sapranno che all’ingresso del nostro centro c’è esposto il crocifisso, piccolo, che si illumina d’azzurro quando la notte scende. Quel Crocifisso è l’unico a dare uno spiraglio di luce in mezzo alle tenebre.

La luce azzurra si è spenta per alcuni giorni (non da anni). Secondo alcuni la centralina si è bruciata per causa naturale, per altri, quella centralina maledetta ha deciso di opporsi alla bellezza, alla gioia che Cristo predicava e non essere controcorrente; ha abbracciato la teoria del terrore e complottistica del nostro vicino.

In verità don Vito ha delle colpe; si, proprio così caro lettore, Don Vito ha peccato di eccesso di buonismo tant’è che dedicando la sua vita agli ultimi, a chi vive ai margini della società, ai detenuti, ai migranti, alle famiglie che vivono di stendi, alle persone che chiedono il suo conforto per superare i momenti difficili che la vita ci pone, ha perso di vista la luce azzurra del crocifisso che per alcuni giorni non si è illuminata. Era troppo impegnato a dare luce alla vita di moltissime persone che vivono momenti bui e delle loro famiglie, hanno sostenuto i più. Ma secondo il nostro “caro” vicino la luce è stata appositamente spenta da Don Vito per non offendere la sensibilità degli ospiti Musulmani. E ancora, Don Vito non ha alcuna sensibilità nei confronti della propria religione.

Noi, operatori del centro, ci siamo permessi di “interrogare” don Vito sull’accaduto, l’abbiamo “torturato” psicologicamente per ottenere la verità e del perché, lui così attento a tutto ciò che Dio ha creato, ha potuto fare una cosa del genere.

Dopo esserci accalcati, attorno a don Vito, come quando la piazza impazzita condannò nostro Gesù sulla croce, la risposta calma, pacata e sincera di don Vito ci riportò alla normalità. Semplicemente la luce si è spenta per cause naturali, la centralina era morta; nessun complotto, nessuna offesa, nessuna trascuranza nei confronti dei Cristiani. L’unica spiegazione era la realtà, l’unica possibile, la più semplice, eppure, tutti noi, spesso, non ci accontentiamo della teoria più semplice, preferiamo elargire paura, preferiamo la teoria del sospetto, tanto, con il sospetto, qualsiasi falsità, se ben manipolata diventa realtà.

Adesso la luce si è riaccesa, vedere la luce farsi strada tra le tenebre e illuminare la strada per tutta quella gente che la sera ritorna a casa dopo una giornata di lavoro è qualcosa che ha a che fare con la bellezza. In ogni caso Don Vito ha imparato la lezione e per evitare al nostro “buon Cristiano” di turno di perdere il suo tempo a costruire inutili teorie complottistiche ha illuminato, a 300mt da quel crocifisso, anche una statua del Cristo redentore per indicare la strada a tutti coloro che amano seminare discordia. L’unica cosa che conta è sentirsi tutti figli di Dio e da lui amati.

Buona meditazione!                                                                                 

 

13/20 “L’umanità avrà la sorte che saprà meritarsi” (ALBERT EINSTEIN)

In queste ultime settimane, ascoltando la tv o leggendo i giornali, mi sono accorto che uno dei termini più utilizzati è stato umanità. Mi sono chiesto, allora, se davvero ne conosciamo a fondo il significato, se sappiamo ancora distinguere l’umano dall’artificiale e, soprattutto se i “nativi digitali” riescano ad attribuire un senso autentico a questa parola.

Gran parte di questo anno abbiamo dovuto convivere con il COVID, oramai la nostra quotidianità viene condizionata dalle limitazioni o dalla paura dei contagi, eppure rimbomba sempre la parola umanità; umanità per chi viene contagiato, i loro familiari, i medici, gli infermieri; umanità (non riscontrata nella realtà) per i detenuti, per la penitenziaria. In pratica sentiamo invocare umanità anche se i più sconoscono il vero significato.

Secondo il vocabolario Treccani la parola umanità non è altro che “la condizione umana, soprattutto con riferimento alle caratteristiche, alle qualità, ai vantaggi: la fragilità, la debolezza, i difetti, l’imperfezione”. L’umanità è un sentimento, quello che sottende alla solidarietà reciproca, di comprensione e indulgenza verso l’altro.

Come tutti i sentimenti, può essere sviluppato attraverso l’educazione. Essere umani vuol dire superare quei comportamenti che ci riducono molto simili a dei robot; la società in cui viviamo, basata sulla competizione e sulla prestazione ci rende vulnerabili e poco inclini ad accettare gli errori, i difetti, le storture, le frustrazioni, le imperfezioni fisiche, tutto ciò che risulta “diverso dalla norma”, tutto ciò che definisce un uomo o una donna.

I più quindi, pensando alla parola umanità, si soffermeranno alla superficie piuttosto che sul vero significato; noi invece, operatori dell’associazione ODV San Giuseppe Maria Tomasi, vogliamo cogliere il significato che ci suggerisce la Treccani e operare quindi verso i più deboli, verso gli emarginati, detenuti, ex detenuti, gente senza una casa. porgiamo la mano ai migranti con l’ambizione di strappargli un sorriso e farli sentire in casa loro dopo anni di soprusi, torture e indifferenza mondiale. A loro rivolgiamo la nostra “umanità”.

Secondo Edgar Morin, sociologo e filosofo, il grande male non è tanto l’incomunicabilità, quanto l’incomprensione, l’indifferenza, l’egoismo non solamente tra cittadini di una stessa società, ma anche nei confronti dello straniero, del diverso da noi.

All’educazione, quindi, si chiede di partire non solo dalle competenze richieste dal mondo lavorativo e professionale, ma anche e soprattutto dalle competenze esistenziali. Il compito del processo di formazione diventa fondamentale se offre una comprensione umana, che richiede apertura verso l’altro. Partire dal riconoscimento empatico dell’altro, che appare diverso da noi, ci consegna strumenti forti per combattere razzismo, xenofobia, ma anche pregiudizi di genere e bullismo. La comprensione richiede ascolto, permette una partecipazione emotiva al sentire dell’altro, permette di calarsi in un contesto sempre nuovo con capacità di adattamento incredibili. La comprensione permette di tenere lontano il rifiuto degli altri, perché comprendere significa entrare in relazione, creare un legame, un filo impercettibile fatto di scambio reciproco e di confronto.

Preparare un mondo vivibile si può, lavorando con le future generazioni, infondendo il senso di cittadinanza terrestre, quella che ci vede tutti cittadini dello stesso pianeta, quella che ci rende appartenenti ad un’unica sola e grande razza, quella umana. L’umanità si può imparare, si può vivere nella quotidianità, si può insegnare attraverso un’educazione attenta all’affettività, alle emozioni, all’empatia, al confronto, alla

comprensione, alla resilienza. L’umanità è il sentimento universalmente riconosciuto, che identifica ognuno di noi, che ci rende simili, assomiglianti, vicini, solidali, uniti. Umani, insomma.

Don Vito Scilabra

Carmelo Vetro